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Scacco Matto Alla Regina

Immagine del redattore: Luca BozLuca Boz

Era il 20 giugno 1976, ed allo stadio Rajko Mitić di Belgrado la Cecoslovacchia vinceva, per la prima volta tramite la lotteria dei rigori ai la quinta edizione del Campionato Europeo di calcio battendo la Germania Ovest grazie all’ultimo penalty siglato da Antonin Paneka. Sì, quel Paneka.


Sono passati 45 anni, e ieri, domenica 11 luglio 2021 l’Italia è tornata a vincere un’edizione dell’Europeo ai rigori, oltretutto continuando la striscia di vittorie di un paese mediterraneo che dura dalla campagna europea della Grecia datata 2004.


Il calcio e la storia hanno sempre avuto una stretta connessione, e la parola storia ha sempre portato con sé una quantità infinita di significati quando unita allo sport che amiamo. La storia di ieri ha un insieme incredibile di sfaccettature che nascono dalla chiave di volta della gara: la questione tattica, un rompicapo divenuto una sfida scacchistica vinta dal Mancio in quattro mosse.

LA MOSSA DI SOUTHGATE

Le prime righe di storia le ha scritte Gareth Southgate, il commissario tecnico inglese ha scelto, come nella sfida con la Germania, una linea a 3 (poi trasformatasi in 5) al posto dell’abituale formazione con 4 difensori. Così Walker va a fare compagnia a Stones e Maguire nella linea centrale e Trippier e Shaw si alzano sulla linea dei centrocampisti, al loro fianco due mediani puri come Rice e Phillips, Mount in una posizione ibrida tra l’esterno sinistro ed il trequartista, Sterling libero di fare da esterno destro o da seconda punta in appoggio a Harry Kane.


La mossa del tecnico inglese paga: nell’azione del gol Kane esce dall’area ed apre a destra da Trippier che, larghissimo sfrutta il ritardo di Palmieri (che segue) e favorisce l’inserimento di Walker nello spazio libero. Chiellini esce per prendere il terzino Colchonero che ha tempo di crossare agevolmente sul secondo palo: qui Di Lorenzo è spaventato dalla fisicità di Kane, preso in consegna da Barella e si stringe verso il compagno lasciando all’accorrente Shaw lo spazio e la “zona luce” per impattare in maniera perfetta e spedire in rete. Nei primi 11 minuti di gioco Trippier ha confezionato tre traversoni al veleno, sintomo di un primo quarto d’ora dominato fisicamente, atleticamente e tatticamente dagli inglesi.

L’ITALIA SI DESTA

Dopo la rete subita a freddo gli azzurri di Mancini sembrano districarsi dalla confusione scaturita dalla veste tattica sorprendentemente cucita addosso dal tecnico avversario ai suoi. La seconda parte della prima frazione di gara è la vera e propria entrata in scena dell’Italia all’interno della partita: una squadra che non abbandona le proprie credenze tecniche ed il proprio gioco ma che cerca di utilizzarlo come arma per soggiogare un avversario che, lentamente cala nella trappola tesa da Mancini, come Artedime fece con la dea Atena come raccontato dai miti greci.


I ragazzi di Mancini prendono in mano il pallino del gioco ed iniziano a far girare il pallone cercando di aprire un varco nella difesa inglese che, però è ben messa ed attenta in campo e si chiude a riccio in un 5-4-1 che costringe gli azzurri ad un possesso palla sterile e privo sia del gioco di sponda fornito solitamente da un Immobile avulso e ben marcato dai due centrali sia dei consueti inserimenti senza palla di un Barella pedinato da Rice che fa da copertura ai tre centrali e da personalissimo bodyguard del numero 18.


La mossa di Soutghate di alzare due terzini per evitare le sortite di Emerson da una parte e la costruzione dal basso ad iniziare da Di Lorenzo dall’altra diventa però un boomerang. Se è vero che l’Italia ha puntato soltanto una volta la porta di Pickford nella prima frazione di gioco è altrettanto lampante come gli inglesi abbiano drasticamente abbassato il proprio baricentro e si siano affidati ad un gioco “all’italiana”.

MANCIO, LA CHIESA ED IL VILLAGGIO

Nella seconda frazione di gioco tocca a Roberto Mancini mettere mano alla propria formazione, scombinare le carte per cercare di scardinare il granitico blocco difensivo inglese. Al 9’ esce il 9, quello puro. Fuori un opaco Immobile e dentro il più tecnico Berardi che va a piazzarsi a destra facendo traslocare Chiesa dall’altra parte ed Insigne al centro dell’attacco. Dentro anche il più fisico e rude Cristante che va a sostituire l’inesauribile ma disordinato Barella.


A livello teorico Mancini con il cambio Immobile-Berardi ha ri(portato) la chiesa, il talento calcistico puro, il gesto tecnico al centro di un villaggio popolato, fino al 54’’ di un esasperato e dogmatico tatticismo, ha liberato i suoi giocatori dando ad Insigne la possibilità di svariare in un’ampia porzione di campo togliendo al contempo la marcatura fissa dell’uomo ai due centrali inglesi, dando a Cristante la possibilità di inserirsi in area nel corridoio sul centro sinistra e, in generale un imput decisamente più offensivo basato non solo sulla costruzione ma su un approccio più diretto alla porta avversaria.


Schierati in campo con due terzi di attacco le cui caratteristiche favoriscono il pallone addosso e con un uomo la cui prerogativa è l’isolamento quasi cestistico contro il laterale basso di competenza gli azzurri creano: prima Insigne calcia da posizione troppo defilata, poi Chiesa trova un ottimo Pickford e poi è lo stesso Chiesa a cercare l’inserimento nello spazio di Cristante, sfera in corner da cui nasce il pari di Bonucci.

SCACCO MATTO

I supplementari sono ancora una sfida a scacchi: Southgate e Mancini cambiano interpreti all’interno dello stesso sistema di gioco e formazioni attraverso aggiustamenti o cambi come se i giocatori fossero pedine della scacchiera, in attesa della mossa sbagliata dell’avversario per punirlo in modo definitivo.


Il primo segnale lo da il tecnico inglese che sostituisce Trippier con Saka e passa dal 3-5-2 (o 5-3-2) al più offensivo, congeniale e conosciuto 4-3-3. Mount passa a fare la mezzala pura mentre Rice, il migliore a livello difensivo per i suoi viene sostituito dal capitano del Liverpool Jordan Henderson. I nuovi entrati vanno a formare uno schieramento camaleontico dato dalla posizione di Mount che varia le zolle di campo calpestate trasformando il modulo in un 4-2-3-1 con due ali pure e molto larghe pronte a puntare i terzini azzurri.


Il commissario tecnico italiano dal canto proprio vede i suoi uomini soffrire, non per una reale pericolosità della formazione inglese in termini di tentativi concreti verso la porta ma per un baricentro più alto portato dalla nuova veste tattica che consegna il pallone nei piedi dei padroni di casa e porta l’Italia a dover giocare “all’italiana”. Mancini è uomo profondamente capace ed intelligente e, nemmeno l’infortunio di Chiesa scombina i suoi piani, anzi, forse gli consente in maniera più veloce il passaggio ad uno schieramento più congeniale per fronteggiare quello inglese. Così, lo juventino fa spazio a Bernardeschi ed Insigne lascia il campo per Belotti, riportando l’Italia allo schieramento iniziale: due esterni, uno puro e l’altro camuffato con licenza di tagliare dentro il campo ed un 9 puro che possa fare la guerra ai due centrali, tenendoli inoltre lontani dall’area azzurra.

Le ultime tre mosse di Soutghate hanno il sapore della speranza ma al contempo della disperazione: Mount fa spazio a Grealish, un cambio che, visti i grattacapi creati dalla freschezza atletica e tecnica del 10 dell’Aston Villa sarebbe potuto essere utile molto prima. Infine, sul tabellone di Wembley appaiono i giovani volti di Rashford e Sancho, due crack assoluti che sostituiscono il subentrato Henderson (!) ed il terzino Kyle Walker al minuto 120 con il solo obiettivo di inserire due rigoristi “puricambio oltretutto effettuato in situazione di corner a favore per gli azzurri.


L’ultima e disperata mossa del tecnico inglese, uno scacco matto, un all-in che non ha portato i risultati sperati da una nazione intera ma, che ha invece dato modo a quello stesso paese di poter guardare quella chiesa, quel talento così tanto giovane e fulgido affievolirsi dentro pieghe tattiche talvolta incomprensibili, ha trasformato eroi in antagonisti, una possibile eternità in una tremenda ed incancellabile tragedia sportiva.


God save the queen, anche se, questa volta, forse calza a pennello “salvate il soldato Gareth”.

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