Se chiedessimo al 99% degli amanti del calcio di creare il proprio giocatore ideale, in fase offensiva la quasi totalità di loro direbbe il nome di un calciatore brasiliano, da sempre i più talentuosi, letali e divertenti da vedere in un campo dal calcio. Solo negli ultimi anni questo popolo, che se potesse domani sostituirebbe il Cristo di Rio con una statua di Pelè, ha visto giocare con la casacca verdeoro nella metà campo offensiva gente del calibro di Neymar, in questo che non è neanche il momento migliore nella storia di questa nazionale in fatto di talento. Uno dei periodi più floridi in questo specifico reparto è stato sicuramente quello della prima decade del ventunesimo secolo, con la Selecao che poteva contare su gente del calibro di Ronaldo, Ronaldinho, Kakà e Adriano, esseri sovrannaturali catapultati tutti insieme in una dimensione che non gli appartiene. Oltre ai già citati e maggiormente famosi, ce n'è stato un altro che per qualche anno ha fatto venire il mal di testa ad ogni difensore incontrato, ricordato per aver formato insieme a Kanoutè una delle coppie più prolifiche nella storia della Liga e per il proprio soprannome, "O Fabuloso" Luìs Fabiano.
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Spesso le abilità di un giocatore vengono nascoste o sminuite se accanto a lui c'è qualcun'altro che riesce a brillare ancora di più, e forse in quei anni il ragazzo di Campinas, una delle città più povere dello stato di San Paolo, ne è stato l'esempio perfetto, anche per colpa sua. Negli anni della sua esplosione c'è infatti da considerare l'ascesa di Robinho, che in quel periodo era stato additato come l'erede di sua maestà O'Rey, e che lo ha posto sempre in secondo piano. Allo stesso tempo però, come in una tipica storia in stile Dottor Jekyll e Mister Hyde, Luìs veniva raccontato da compagni ed allenatori come un ragazzo chiuso ed introverso, dunque un pò lontano dal carattere gioioso che caratterizza i brasiliani, ma che poi in campo ha più volte perso la testa. Dal 2002 al 2004, con addosso la maglia del San Paolo, ha siglato 118 reti in 160 partite, garantendosi un posto nel calcio che conta, con la maglia del Porto, e nella storia del club brasiliano riuscendo in sole 3 stagioni ad entrare nella top 10 dei marcatori di sempre con la casacca rossonera. L'allora ventiquattrenne dal punto di vista calcistico non aveva difetti: era alto, veloce, con senso del gol, bravo di testa e dal rendimento costante, nonostante le numerose giornate di squalifica che si era procurato, la maggior parte delle volte a causa di alcune risse in campo. Un giocatore diverso rispetto al prototipo coltivato in quei anni nel paese dell'attuale Presidente Bolsonaro, molto meno cinici e spietati rispetto a lui.
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Una volta arrivato in Europa non è però con la squadra lusitana che si mostra e si impone nel grande calcio, sono le 6 stagioni con la maglia del Siviglia, nel quale arriva dopo un solo anno in Portogallo, che lo fanno risplendere. In campo internazionale insieme ai suoi compagni dà il via a quella che in terra andalusa sembra ormai una tradizione, vincere in Europa. Prima ancora delle vittorie degli ultimi anni, il Siviglia ha dominato l'ormai ex Coppa Uefa già nel 2005 e il 2006, riuscendo a vincerla per due anni consecutivi grazie ai gol del brasiliano e di Kanoutè, con i due che in una sola stagione di Liga riuscirono a siglare 58 gol. Al Ramòn Sànchez Pizjùan se chiedete di un giocatore simbolo della squadra che non sia spagnolo, tutti faranno il suo nome o quello di Rakitic (che l'anno prossimo tornerà a giocare con il Siviglia), per impatto sul pubblico e qualità in campo. Questi risultati sono arrivati grazie al lavoro a livello umano fatto sul ragazzo, soprattutto grazie all'allora commissario tecnico del Brasile Dunga, che riuscì a mettere sulla retta via Luìs e a mantenerlo al centro del progetto anche con la nazionale. Nel Brasile ideato dal "Sergente" lui era l'unica punta in 4-2-3-1 che vedeva come trequartista e catalizzatore del gioco quel Robinho che anni prima si era preso le luci della ribalta al posto suo, ma che nelle esperienze al Real Madrid e al Manchester City non ha minimamente dato seguito alle enormi aspettative che c'erano sul suo conto. Una piccola rivincita di uno che di certe cose in realtà se n'è sempre fregato e che ha preferito far parlare il campo, uno che in totale nella sua carriera ha siglato solo nei vari campionati 260 gol, che diventano 380 se contiamo tutte le competizioni e le 28 con la maglia della nazionale.
Senza ombra di dubbio il più grande numero 9 in Brasile dopo la fine dell'era del "Fenomeno", un numero che come al Milan dopo il vuoto lasciato da Pippo Inzaghi è sembrato essere una maledizione, tranne che per lui. "ElArthilleiro", altro soprannome che gli venne affibbiato nel corso della carriera, resterà un idolo in madre patria anche per un episodio accaduto ad inizio carriera, quando in una sfida in Copa Libertadores ai tempi del San Paolo, dopo aver tirato un calcio sul collo di un giocatore del River Plate disse: "Prendere a calci un argentino è più bello che tirare un rigore". Sempre e comunque, "O Fabuloso".
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